
Situato al 450 di Mulberry Street a Memphis, Tennessee, proprio di fronte al Lorraine Motel, il National Civic Rights Museum merita proprio di essere visitato. Al suo interno, in una delle sue sale ospita la copia di un autobus degli anni ’50 (l’originale è esposto all’Henry Ford Museum di Detroit) al cui interno è seduta la riproduzione fedele dell’unico passeggero: una donna di colore. “Lei” è Rosa Parks, del cui gesto, risalente al 1955, e della sua importanza trattammo nel n.97 a pagina 36. Sino allo scorso 7 maggio credevamo che quello, il museo, fosse il luogo giusto per ricordare al mondo intero gli umilianti errori commessi dagli esseri umani ed imparare da essi per evitarli. Ma dopo l’uscita, etichettata come “boutade”, di Matteo Salvini, parlamentare della Lega Nord e capogruppo della stessa nel consiglio comunale di Milano, nei riguardi di «posti o vagoni riservati ai milanesi» sui mezzi pubblici di Milano, ci siamo resi conto che non è bastato mezzo secolo per debellare la stupidità. Domanda: ma quanti ne servono? Quante vite bisognerà vivere perché certe affermazioni non si debbano più sentire? O meglio cosa bisogna fare oggi? Aspettare altre “boutade” che separino gli accessi ai servizi igienici, le panchine dei parchi, i tavoli dei bar, i banchi delle scuole, i reparti degli ospedali, le scrivanie degli uffici? E nel frattempo? A noi, milanesi da generazioni che ci credevamo mentalmente europei ed aperti, e che invece ci ritroviamo offesi, non resta che darci da fare giorno dopo giorno affinché chi ancora non si senta dentro di sé come Rosa Parks lo diventi al più presto. Facciamoci sentire, perché gli “altri” siamo noi: «Prima di tutto vennero a prendere gli zingari e fui contento, perché rubacchiavano. Poi vennero a prendere gli ebrei e stetti zitto, perché mi stavano antipatici. Poi vennero a prendere gli omosessuali, e fui sollevato, perché mi erano fastidiosi. Poi vennero a prendere i comunisti, e io non dissi niente, perché non ero comunista. Un giorno vennero a prendere me, e non c’era rimasto nessuno a protestare.» (Bertold Brecht – Martin Niemöller). Sulle difficoltà finanziarie, affrontate e non sempre superate, che Associazioni, Enti Pubblici e Promoter hanno vissuto in questa ormai prossima estate concertistico-festivaliera, credo non sia il caso di spendere altre parole, basta vedere i tagli imposti ai programmi delle manifestazioni per rendersene conto. Da parte nostra, abituati come siamo a tirare la carretta, abbiamo imbastito un numero che vive di passione per i giovani (l’intervista agli Homemade Jamz Blues Band, l’orecchio tra ieri e oggi con i NMAS ed il film di John Gardiner), di rispetto per i padri (Little Walter, George “Wild Child” Butler e Johnny Winter), di stima profonda (Willie King, Jr. Kimbrough), traguardando l’ormai consueto panorama musicale non proprio blues di Austin. Glissando sul resto del contenuto, preferiremmo chiudere ricordandovi la foto di copertina, che ritrae Mr. Tater, alias The Music Maker, alias Foster Wiley che, pur non comparendo o quasi nelle pagine interne, è l’ultimo cantante di strada del Mississippi su cui, ve lo promettiamo, torneremo presto (terza pagina)